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MORO, LA SOVRANITÀ E I DIRITTI DELLA PERSONA PDF Stampa E-mail
Scritto da On. Gero Grassi (PD) -- Pubblicato da Nico Baratta   
sabato 24 luglio 2010

Image Origini e sviluppo del pensiero Moroteo sul carattere democratico della Repubblica.

Riflettere sul pensiero di Aldo Moro oggi, aiuta a trovare risposte a questioni che parrebbero altrimenti senza soluzione possibile. Stiamo attraversando uno dei periodi più gravi della nostra storia del Dopoguerra. La Carta Costituente, che nelle finalità dei Padri che la redassero avrebbe dovuto salvaguardare l’Italia dai pericoli di un ritorno alla dittatura ed alla conseguente tragedia della violazione dei diritti della persona, forse proprio per questo è oggi continuamente messa in discussione, calpestata nella sua funzione di supremo custode della integrità della nostra Nazione.
Oggi, forse più ancora di ieri, ci è parso quindi di grande attualità riproporre ai nostri lettori uno studio sul grande statista.

Il saggio di Gero Grassi sulle grandi intuizioni di Aldo Moro, non è ancora relegabile alla storia passata.

È piuttosto di primo piano, utile al nostro presente e all’incerto domani che ci attende.

La chiave di volta della politica di Moro può essere enucleata in: “democrazia e libertà”, che si sostanzia nel pluralismo delle forme politiche, nell’attenzione alle forme sociali, nel dialogo tra società civile e società politica, nel progressivo coinvolgimento di tutte le classi sociali verso il governo della cosa pubblica.

Aldo Moro fece il suo ingresso nella vita pubblica italiana nel giugno del 1946, eletto Deputato all’Assemblea Costituente per il Collegio Bari-Foggia. Era la prima consultazione elettorale dopo il crollo della dittatura. La gente aveva voglia di partecipare, di decidere.

L’entusiasmo spalancava le porte al futuro. Moro entrò nella Costituente con una solida preparazione giuridica. Non aveva ancora compiuto trent’anni, si era già laureato in Giurisprudenza e aveva perfezionato gli studi a Roma. Aveva ottenuto la cattedra di Filosofia del Diritto e Diritto Penale.

All’assemblea, oltre alla preparazione giuridica, innegabile, rivelò grandi doti personali, che lo contraddistinsero come uomo e come politico.

Aveva una rara finezza intellettuale, paziente attenzione per le ragioni degli avversari, straordinaria predisposizione alla sintesi, alla mediazione, alla ricerca dell’armonia.

Il socialista Targhetti, conoscendolo, affermò che si trattava di un giovane che certamente avrebbe fatto strada.

Apprezzamenti identici vengono attribuiti anche a Togliatti, a dimostrazione che Moro riusciva a conquistare stima ed attenzione, non solo nel suo ristretto ambito di azione politica.

La capacità di mediazione

Per questa sua propensione a mediare, Moro svolse sempre un ruolo di primo piano nell’ammorbidire i contrasti e individuare le possibili soluzioni.

Nell’impegno per la Costituente venne a trovarsi, per naturale consonanza, a fianco di quel gruppo di giovani politici definiti “professorini”: Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Amintore Fanfani, Giuseppe Lazzati, Egidio Tosato, Costantino Mortati ed altri.

A questo gruppo, che darà vita alla tendenza politica “dossettinana”, e che avrà grande importanza nell’era “degasperiana”, Moro resterà legato fino al 1952.

Alla loro iniziativa politica si deve l’affermazione del nesso indissolubile fra “il carattere democratico della Repubblica e la difesa integrale della persona umana”, conseguente al riconoscimento dei diritti inviolabili, perché originari ed assoluti, dell’uomo come singolo e come membro della società, nella quale si manifesta la sua personalità.

Il concetto di pluralismo politico, come garanzia contro ogni possibile ritorno alla tirannide, aveva trovato alla Costituente, negli intellettuali cattolici guidati da Dossetti, i più tenaci e lucidi teorizzatori.

Il “risveglio maritaiano”

Aldo Moro era stato alla vigilia della seconda guerra mondiale, Presidente della FUCI, dal 1939 al 1942. Erano gli anni del “risveglio maritainiano” fra i giovani intellettuali cattolici. L’influenza del “filosofo cristiano della democrazia” si era attenuata negli anni del massimo consenso del regime, per riprendere più incisiva durante la campagna antisemita, con l’ingresso dell’Italia in guerra a fianco della Germania.

Questo aveva dato il colpo di grazia alle superstiti illusioni, coltivate in certi ambienti, di una possibile convivenza del mondo cattolico con il regime fascista.

Il carattere anticristiano dell’incitamento all’odio, le persecuzioni razziali, l’aggressione ai paesi neutrali, la corruzione della classe dirigente fascista, furono i motivi di fondo che sollecitarono il “risveglio maritainiano”.

È significativo che la Presidenza di Aldo Moro alla FUCI corrisponda con un periodo in cui, nello sfondo di tragici eventi, i giovani intellettuali cattolici si avvicinano alla lettura politica di Maritain.

Nei convegni di studio e di preghiera, sempre più centrale diviene la riflessione sulla dignità ed il valore della persona umana. A Maritain si rivolgevano coloro che formavano una coscienza religiosa ed insieme civile.

Erano gli anni del Fascismo ed i cattolici diventavano sempre più consapevoli del fatto che, ad una scadenza non lontana, sarebbe toccato loro andare alla guida del Governo Nazionale.

Lo stesso Moro in un’intervista ebbe modo di affermare: “I caratteri pluralistico, personalistico, comunitario della società che Maritain propone al cristiano, nell’assolvimento del suo compito politico, sono espressioni di originali esigenze e promuovono originali modi di azione… Da qui uno stimolo ad agire e, in un certo senso, per quanto grandi fossero i rischi, ad agire insieme”.

I giovani che componevano quella generazione, sentirono in modo speciale il richiamo delle teorie di Maritain in merito all’autonomia e al valore della “realtà temporale” e fecero proprio l’assunto secondo cui: “lo scopo che il cristiano si propone…non è di fare del mondo il regno di Dio, ma un luogo di vita pienamente umana, le cui strutture sociali, abbiano come misura la giustizia e la libertà della persona”.

Nello spirito di Moro il “risveglio maritainiano” che richiamava all’autonomia del cattolico nel temporale, fu sempre presente. Fu una delle idee di forza della sua azione politica.

Fu proprio la riflessione sull’autonomia, nello sfondo della grande operazione politica della DC, che sotto la sua guida dal 1959 in poi, portò il mondo cattolico all’incontro con i socialisti.

Chiesa e Stato secondo Sturzo

Nel 1959 da segretario politico DC in un discorso all’Eliseo, nel trigesimo della morte del fondatore del Partito Popolare Aldo Moro affermò: “Luigi Sturzo ebbe certo presente in ogni momento la complessità della vita umana, la distinzione dei piani nei quali si esplica l’attività umana.

La Chiesa assunse per lui, sacerdote di fede ardente e di piissima vita, posizione morale dominante.

Ma, contrariamente a quanto è stato sostenuto, essa, in Sturzo, non assorbe, non oscura, non umilia lo Stato, il cui valore, il cui prestigio, la cui funzione egli affermò vigorosamente oltre tutto, con una lunga milizia politica attenta ad ogni problema…”. Va anche detto che il clima politico nel quale si incominciano a gettare le basi della Costruzione del nuovo Stato, è un clima incerto.

Agli antifascisti Moro chiede di mettere da parte l’intolleranza e di promuovere il pluralismo.

Afferma: “dove il fascismo oscurò le differenze ed andò promuovendo una piatta unità insignificante, l’antifascismo dovrà lasciarle sussistere, anche quando a questo o a quello non facciano comodo, ed incanalarle verso la sola unità ammissibile, quella generata dall’incontro rispettoso e dal vaglio serio ed onesto di tutti i punti di vista”.

“Non possiamo” ribadisce Moro “prescindere da quello che è stato nel nostro Paese un movimento storico di importanza grandissima, il quale nella sua negatività ha travolto per anni la coscienza e le Istituzioni.

Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa nostra Costituzione oggi emerge da quella resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale.

Guai a noi se per una malintesa preoccupazione di serbare appunto pura la nostra Costituzione, di una infiltrazione di motivi partigiani, dimenticassimo questa sostanza comune che ci unisce e la necessità di un raccordo alla situazione storica nella quale questa Costituzione si pone.

Quando vi sono scontri di interessi e di intuizioni, nei momenti duri e tragici, nascono le Costituzioni, e portano di questa lotta dalla quale emergono il segno caratteristico”.

Moro afferma espressamente come, compito del nuovo Stato che si va a costruire, sia l’immissione piena “nell’organizzazione sociale, economica e politica del Paese di quelle classi lavoratrici che per varie ragioni furono estromesse dalla vita dello Stato e dall’organizzazione economica e sociale.” Riecheggiano in queste parole le posizioni che Moro fa proprie, nella fase di preparazione dell’apertura a sinistra, riconosce nel pluralismo sociale la prima espressione della nostra vita democratica.

La “nuova umanità” che avanza

Nella stagione dei movimenti, quando il mondo giovanile e la classe operaia non si riconoscono più nella società che hanno di fronte, Moro intuisce lo scollamento che si sta producendo, ma legge in quel fermento, pur nella preoccupazione di chi ha posizioni di responsabilità, “una nuova umanità che avanza” e ribadisce la pressante necessità che tra società politica e società civile si instauri un rapporto nuovo, in cui le “Istituzioni siano capaci di ricevere ed incanalare le aspirazioni popolari, effettuare il raccordo, in termini di comune consapevolezza e di comune responsabilità, tra il vertice e la base del potere”.

Il ruolo dei Partiti verso la necessità del pluralismo è l’essenza del superamento delle tensioni egemoniche che rimandano al fascismo.

È un tema centrale del pensiero politico di Moro. Dice espressamente: “I Partiti sono una necessità della nostra vita morale e politica ma” precisa anche “che non possono essere soggetti altri, rispetto al popolo, sono vettori di istanze che partono dalla base affinché attraverso essi il popolo si faccia Stato…”.

Nel difficile dibattito costituente attorno alla costituzionalizzazione dei Partiti, che fu toccato dalla Prima Sottocommissione e poi ripreso in Assemblea Plenaria, Moro in sintonia con Lelio Basso, riconosce l’importanza del ruolo dei Partiti nel dare un nuovo impianto al sistema democratico che si vuole costruire.

Al tempo stesso sottolinea come il carattere democratico dei Partiti nel loro operare quotidiano e nella loro struttura sia la condizione “sine qua non” perché la loro azione sia capace di incidere positivamente sulla costruzione di uno Stato democratico.

La chiave di volta della politica di Moro può essere enucleata in due concetti base: democrazia e libertà, che si sostanzia nel pluralismo delle forme politiche, nell’attenzione alle forme sociali, nel dialogo tra società civile e società politica, nel progressivo coinvolgimento di tutte le classi sociali verso il governo della cosa pubblica.

Molti sono i passi in cui Moro, intervenendo in Prima Sottocommissione ed in Assemblea Plenaria affida agli articoli del futuro testo costituzionale, i temi di democrazia e libertà.

A tal riguardo particolarmente incisivo risulta nell’intervento all’Assemblea plenaria del 13 aprile 1947: “Uno Stato non è veramente democratico se non è al servizio dell’uomo, se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l’autonomia della persona umana, se non è rispettoso di quelle formazioni sociali nelle quali la persona umana liberamente si svolge e nelle quali essa integra la propria personalità”.

Il processo di liberazione della società

All’inizio degli anni Settanta, quando si incomincia a dover fare i conti con la stagione dei movimenti, Moro legge nelle lotte dei giovani, delle donne, dei lavoratori un grande processo di liberazione che si sta verificando sotto gli occhi dì una società, non sempre capace di leggere i segni dei tempi.

Intervenendo al XII Congresso della DC, richiama i delegati a prestare massima attenzione a quanto sta avvenendo: “La liberazione in corso nella società moderna … si esprime nella forte carica critica ed innovatrice, portata dai giovani, dalle donne, dai lavoratori, da un’età cioè che è essa stessa avvenire e speranza… Non c’è dubbio che noi saremo giudicati sulla base della nostra capacità di interpretare questi fenomeni e di prendere su di essi una posizione appropriata.

Non è in gioco solo il giusto assetto della nostra società, ma veramente la sua ricchezza e la qualità della vita.

Perché la vita non è la stessa, ma migliore, se i giovani possono essere giovani, le donne donne nella pienezza, non deformata e costretta, della loro natura e i lavoratori cittadini in assoluto, al più alto grado di dignità…”. Per Moro, la democrazia compiuta era un progetto che la Costituzione doveva produrre e a salvaguardia del quale, doveva codificare precise regole.

L’onnipotenza dello Stato e l’occupazione del potere da parte di forze politiche la cui volontà egemonica andasse a confliggere con democrazia e libertà era per Moro uno dei pericoli più grandi, legato al ricordo ancora vivo del fascismo, che avvalendosi della sovranità dello Stato l’aveva tradotta in “assoluta potenza, o pre potenza”, e la garanzia da quel rischio doveva rimanere per Moro un passaggio chiave della Costituzione.

Nel dibattito costituente questa garanzia non venne accolta, ma si fissò, secondo quanto recita il secondo comma del primo articolo: “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Il quadro internazionale della guerra fredda e i rapporti di forza portarono poi verso quella conventio ad excludendum che è a tutti nota e che fece sì che il pluralismo si mantenesse come cifra del parlamento, ma non del Governo, il cui accesso rimase a lungo saldamente ancorato nei Partiti dell’area centrista.

Moro in questo quadro ha assunto la responsabilità delle transizioni, la responsabilità di traghettare, con tutti i limiti e le difficoltà e i compromessi che l’operazione di volta in volta comportava, verso il progressivo ritorno del sistema politico a quel pieno pluralismo che aveva contraddistinto l’età della Costituente, con l’apertura ai socialisti prima e con l’avvio della Terza fase, che avrebbe riportato piena coincidenza tra l’area della rappresentanza e l’area del Governo.

www.gerograssi.it
 
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