Ritratti realistici di persone con volti e caratteristiche diverse disposti attorno a un’immagine centrale in uno spazio editoriale neutro

Un canone estetico nasce quando alcuni tratti vengono selezionati, ripetuti e resi familiari fino ad apparire naturali. La bellezza canonica è quindi un modello sociale riconoscibile, non una forma che aspetta semplicemente di essere scoperta. Una ricerca sulla bellezza nei media riassume questa dinamica nella sequenza «dai modelli sociali alla diversità»: prima si costruisce il riferimento condiviso, poi lo si affianca con possibilità differenti.

La presenza di corpi, volti e identità più vari non basta quindi a dimostrare che il canone sia scomparso. Può rendere la rappresentazione più ampia, ma lasciare intatto il riferimento iniziale rispetto al quale ogni alternativa viene ancora letta. Per capire perché un ideale estetico continui a influenzarci, conta osservare non soltanto che cosa compare, ma in quale ordine viene presentato.

Che cosa significa bellezza canonica

Nel discorso estetico, un canone funziona come un riferimento riconoscibile. Stabilisce quali caratteristiche possano apparire normali, desiderabili o immediatamente associate alla bellezza. Non occorre che sia formulato come una regola esplicita: può agire attraverso la ripetizione di immagini simili e la centralità assegnata ad alcuni modelli rispetto ad altri.

“Canonico” non equivale perciò a universale o biologicamente necessario. Descrive piuttosto una posizione: quella occupata dal modello che viene assunto come termine principale di confronto. Una volta consolidato, quel riferimento può sembrare neutro proprio perché non ha più bisogno di essere presentato come una scelta. Le immagini che gli somigliano risultano immediatamente leggibili; quelle che se ne discostano vengono invece nominate come alternative, eccezioni o segni di cambiamento.

Il canone nasce anche da questa asimmetria. Un modello non diventa dominante solo perché è visibile, ma perché viene collocato al centro del discorso, mentre gli altri devono essere spiegati attraverso la propria differenza.

La bellezza canonica nella sequenza tra modello e diversità

Il caso della rappresentazione mediale permette di osservare con particolare chiarezza questo passaggio. Un’immagine può essere inclusiva sul piano della varietà e continuare, nell’organizzazione complessiva del messaggio, a conservare una gerarchia. Il punto non è stabilire se la diversità ci sia oppure no. È capire se venga proposta fin dall’inizio come parte ordinaria della bellezza o se entri soltanto dopo che un riferimento principale è stato reso riconoscibile.

La differenza è sostanziale. Nel primo caso, più modelli partecipano alla definizione stessa di ciò che viene considerato bello. Nel secondo, il canone precede l’apertura: viene prima fissato un centro e successivamente ne vengono allargati i confini. L’ampliamento può essere reale, ma le nuove immagini rischiano di conservare la posizione di aggiunte rispetto a una norma già stabilita.

La ricerca sulla bellezza nei media e sul passaggio dai modelli sociali alla diversità offre un caso documentato per osservare questo ordine, senza trasformarlo nella prova di una definizione universale della bellezza. Il suo valore, rispetto al concetto di canone, sta nel collegare la rappresentazione estetica ai modelli sociali e nell’introdurre la diversità come passaggio capace di modificarli.

Letta in questa prospettiva, la sequenza “modello-diversità” rivela un meccanismo meno evidente della semplice esclusione. Un’immagine differente può essere accolta e valorizzata, ma restare marcata come differente. Il modello dominante, invece, non ha bisogno di dichiararsi tale: continua a occupare la posizione da cui vengono misurate somiglianze e distanze.

È qui che il mito di un canone cancellato dalla sola pluralità comincia a incrinarsi. Aggiungere rappresentazioni non significa necessariamente distribuire allo stesso modo il potere di definire la bellezza. Perché il riferimento cambi davvero, le alternative non devono soltanto comparire: devono poter essere percepite come ordinarie, autonome e non subordinate a un ideale già noto.

Il peso di ciò che viene mostrato per primo

Il primo modello proposto ha un vantaggio interpretativo. Fornisce la cornice entro cui vengono comprese le immagini successive. Se una certa figura è presentata come incarnazione immediata della bellezza e altre compaiono sotto il segno dell’inclusione, la pluralità resta organizzata attorno a un centro. Le alternative sono ammesse, ma la loro differenza continua a essere evidenziata.

Questo non rende irrilevante l’apertura. Al contrario, una rappresentazione più ampia può mettere in discussione abitudini consolidate e rendere visibili possibilità prima marginali. Il limite emerge quando la diversità viene trattata soltanto come correzione del modello dominante: in quel caso amplia il repertorio senza eliminare del tutto la gerarchia che lo organizza.

La persistenza della bellezza canonica dipende dunque anche dalla memoria della sequenza. Un riferimento incontrato ripetutamente e presentato come centrale può continuare a orientare la lettura delle immagini persino quando il panorama diventa più vario. La sua influenza non richiede che tutte le rappresentazioni gli corrispondano; basta che rimanga il termine implicito rispetto al quale le altre acquistano significato.

Non esiste un solo modello per tutti

Parlare di canone al singolare non significa che lo stesso ideale venga applicato in modo indistinto. Il materiale dedicato ai modelli femminili e maschili mostra che gli ideali di bellezza possono essere articolati attraverso rappresentazioni di genere differenti. Il documento sui modelli femminili e maschili e sugli ideali di bellezza consente di mantenere visibile questa distinzione senza ridurre il fenomeno a un’unica figura estetica.

Ciò che accomuna modelli diversi non è necessariamente l’aspetto, ma il modo in cui ciascuno viene presentato come riferimento. Possono cambiare le caratteristiche associate alla bellezza e le aspettative rivolte alle persone, mentre resta stabile la struttura: un’immagine occupa il centro, altre vengono definite per vicinanza, distanza o opposizione.

Perché il canone rimane riconoscibile

L’influenza di un ideale estetico non consiste soltanto nel desiderio di assomigliargli. Agisce anche nella facilità con cui riconosciamo alcune immagini come convenzionalmente belle e nella necessità di qualificare le altre con parole aggiuntive. Se un modello appare neutro mentre gli altri vengono presentati come “diversi”, “alternativi” o “inclusivi”, il canone continua a organizzare il linguaggio e la percezione.

Davanti a un’immagine o a un discorso sulla bellezza, non basta allora domandarsi se la diversità sia presente. Occorre osservare quale riferimento sia stato proposto per primo e se le alternative abbiano lo stesso valore oppure siano entrate come aggiunte. È in quella posizione, più che nella semplice quantità delle immagini, che la bellezza canonica conserva la propria influenza.

Di Giuliano Oliva

Sono uno scrittore a cui non piace molto scrivere. Il mio blog, questo blog, condivide i miei pensieri e le mie esperienze con il mondo.