Laboratorio industriale novecentesco che si fonde con un moderno centro di ricerca digitale, con tecnici e ricercatori al lavoro su strumenti analogici e sistemi informatici

«Economia, tecnologia e ricerca scientifica ai tempi della guerra»: la formulazione scelta dalla Sapienza sposta subito l’attenzione. La guerra non appare soltanto come uno scontro tra eserciti, ma come un sistema nel quale conoscenze, risorse produttive e decisioni circolano fra istituzioni diverse.

È qui che la formula la storia intorno a noi il Novecento e oggi acquista un significato meno scolastico. Il collegamento fra le due epoche non consiste in una successione di conflitti simili. Sta piuttosto nel modo in cui la guerra novecentesca ha ampliato la rete di soggetti chiamati a produrre informazioni, interpretarle, trasformarle in tecnologia e sopportarne gli effetti.

La storia intorno a noi il Novecento e oggi non è una semplice cronologia

Raccontare il Novecento come una sequenza di guerre offre un ordine apparente, ma spiega poco del passaggio al presente. Le date delimitano gli eventi; non mostrano necessariamente come cambino le responsabilità. Per seguirne lo spostamento occorre osservare un solo rapporto: quello fra guerra, ricerca scientifica e tecnologia.

La guerra industriale rappresenta un passaggio rilevante perché richiede molto più dell’azione militare sul campo. Ha bisogno di produzione organizzata, infrastrutture, raccolta di informazioni, capacità di calcolo, comunicazioni e competenze specialistiche. Questo non significa che ogni attività economica o scientifica venga assorbita dalla guerra. Significa, più precisamente, che una parte crescente delle capacità necessarie al conflitto può essere prodotta fuori dagli apparati militari in senso stretto.

Anche la società di massa va intesa con cautela. Non è soltanto una popolazione numerosa o un grande pubblico. È una società nella quale produzione, comunicazione, amministrazione e mobilitazione raggiungono persone distanti attraverso organizzazioni e mezzi standardizzati. La guerra entra in questa struttura quando domanda risorse all’economia, orienta la ricerca, usa reti informative e distribuisce conseguenze ben oltre chi combatte.

Dalla guerra industriale alla produzione diffusa delle informazioni

Il caso può essere seguito partendo da una domanda concreta: chi produce le informazioni necessarie a decidere? In un’immagine semplificata della guerra, le informazioni arrivano dai reparti militari, vengono valutate dai comandi e si traducono in ordini. Il modello industriale rende questa catena più articolata.

I dati rilevanti possono riguardare non soltanto il campo di battaglia, ma anche materiali, capacità produttive, trasporti, comunicazioni e prestazioni tecniche. A produrli intervengono quindi laboratori, imprese, amministrazioni e specialisti. La misura resta una misura: una prestazione tecnica, una disponibilità di risorse o un risultato sperimentale non stabiliscono da soli che cosa si debba fare. Il passaggio decisivo avviene quando qualcuno interpreta quelle informazioni rispetto a un obiettivo e assume — o distribuisce — la responsabilità del loro impiego.

Qui emerge il tratto che collega il Novecento al presente. La conoscenza utile alla guerra può nascere in ambienti non militari, essere finanziata o orientata da istituzioni pubbliche, trasformarsi in applicazioni industriali e infine rientrare nei processi decisionali. Non è una traiettoria automatica né uniforme. È però sufficiente a rendere inadeguata l’idea che la guerra riguardi soltanto chi impartisce e chi esegue ordini militari.

Il coinvolgimento di economia, tecnologia e ricerca non rende il conflitto più civile o più pacifico. Allarga invece il numero dei soggetti che generano informazioni, ne selezionano gli usi e partecipano alle conseguenze. È questo il passaggio documentario che consente di distinguere l’interpretazione storica da una generica celebrazione dell’innovazione: l’approfondimento su economia, tecnologia e ricerca scientifica ai tempi della guerra colloca esplicitamente questi ambiti nella stessa cornice e la estende al riferimento contemporaneo all’intelligenza artificiale.

Da questa relazione non segue che gli scienziati decidano necessariamente gli obiettivi, che le imprese controllino sempre gli impieghi o che i decisori comprendano ogni dettaglio tecnico. Anzi, la specializzazione può separare chi conosce il funzionamento di uno strumento da chi ne autorizza l’uso. La responsabilità non scompare, ma diventa più difficile da attribuire: può essere distribuita lungo una catena composta da finanziamento, ricerca, progettazione, acquisizione e decisione operativa.

Quando gli effetti raggiungono la società di massa

La catena non termina con l’impiego di una tecnologia. Le risorse destinate alla ricerca hanno costi e priorità; la produzione richiede lavoro e organizzazione; le infrastrutture informative coinvolgono amministrazioni e operatori; le conseguenze politiche ed economiche raggiungono persone che non hanno partecipato alle decisioni iniziali.

Questo è il paradosso del passaggio storico. Quanto più le competenze necessarie diventano specialistiche, tanto più il conflitto può coinvolgere strutture diffuse della società. La distanza tecnica fra chi progetta e chi subisce gli effetti non equivale a una distanza storica. Al contrario, è uno dei modi in cui la guerra entra nella vita collettiva senza presentarsi sempre con un’uniforme.

Non si deve però dedurre che ogni innovazione prodotta in un contesto militare conservi per sempre la stessa funzione, né che ogni ricerca avanzata sia orientata alla guerra. Tecnologie e conoscenze possono cambiare uso quando cambiano istituzioni, finanziamenti e obiettivi. Parlare di trasferimento significa ricostruire questi passaggi, non attribuire alla tecnologia un’intenzione propria.

L’intelligenza artificiale verifica il legame con il presente, non l’identità fra le epoche

Il riferimento all’intelligenza artificiale rende visibile la continuità del problema, ma non autorizza scorciatoie. L’etichetta copre sistemi e impieghi diversi; da sola non chiarisce chi raccolga i dati, quali risultati vengano prodotti o quanto spazio resti alla decisione umana. Presentarla come un soggetto autonomo nasconderebbe proprio la catena di responsabilità che occorre osservare.

La domanda storicamente utile resta la stessa: da dove arriva l’informazione, chi la interpreta e chi decide di agire sulla base del risultato? Un sistema può classificare o suggerire secondo il compito per cui è stato progettato, ma l’obiettivo, le condizioni d’impiego e l’autorità attribuita al suo esito dipendono da scelte organizzative. Anche quando una decisione viene descritta come automatizzata, bisogna distinguere il funzionamento tecnico dalla responsabilità istituzionale.

Questo criterio evita due conclusioni fragili. La prima è che il presente abbia interrotto il rapporto con il Novecento soltanto perché usa strumenti differenti. La seconda è che ogni conflitto contemporaneo riproduca la guerra industriale nella stessa forma. La continuità riguarda il problema — la circolazione delle informazioni fra ricerca, economia, tecnologia e apparati decisionali — mentre strumenti, istituzioni e rapporti di forza possono essere cambiati.

Nemmeno la persistenza di guerre nel mondo, considerata isolatamente, basterebbe a dimostrare questa continuità. Frequenza e caratteristiche dei conflitti dipendono dalle definizioni adottate, dall’ambito geografico e dal periodo osservato. Il legame storico discusso qui non è quindi una misura del numero delle guerre, ma un’interpretazione verificabile attraverso la distribuzione delle funzioni: chi conosce, chi valuta, chi autorizza e chi riceve gli effetti.

Ogni nuova tecnologia applicata alla guerra obbliga perciò a individuare nuovamente chi possiede le informazioni e chi assume la responsabilità delle decisioni. Da questa attribuzione dipende anche la possibilità di riconoscere quale parte della società sostenga i costi e subisca le conseguenze, spesso ben oltre il perimetro degli apparati militari.

Di Giuliano Oliva

Sono uno scrittore a cui non piace molto scrivere. Il mio blog, questo blog, condivide i miei pensieri e le mie esperienze con il mondo.